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David Hume

Nato a Edimburgo da una famiglia della piccola nobiltà terriera, Hume compie i propri studi prima al college e poi all'università della medesima città. Il suo scritto filosofico più impegnativo, il Trattato sulla natura umana, pubblicato a ventotto anni, rappresenta un insuccesso editoriale. Scopo principale del Trattato è quello di disegnare una "nuova scena del pensiero", tesa a cambiare radicalmente l'approccio tradizionale ai problemi filosofi. Nella sua opera Ricerca sull'intelletto umano (1748), l'autore rielabora in forma più semplice e discorsiva le idee del Trattato, ma ottiene un favore di pubblico appena superiore. Acquisterà grande fama per la monumentale Storia dell'Inghilterra (1754-1761), in più volumi. 

L'esigenza di sottoporre il pensiero a un esame critico nasce dalla consapevolezza della fragilità e incoerenza dei sistemi filosofici più accreditati. La conoscenza della natura umana sarà di grande utilità per farci progredire in tutti gli altri ambiti, sia in quelli che si riferiscono alle scienze fisiche, sia in quelli che concernono la morale e la religione.

In coerenza con il metodo empirico e sperimentale, nel Trattato Hume analizza la conoscenza umana, individuando nella "percezione" la sua unica fonte. Egli distingue le percezioni in due tipologie, le impressioni e le idee. Le "impressioni" sono le percezioni nel momento in cui sono attuati, ossia quando colpiscono con maggior forza ed evidenza la coscienza; le "idee" sono le immagini illanguidite delle impressioni. Le impressioni e le idee sono frutto delle medesime percezioni, considerate però in tempi diversi. Ne deriva che tutte le idee devono essere ricondotte alle loro impressioni originarie, cioè alla percezione nella sua attualità. Se risulta impossibile trovare le impressioni che hanno dato origine un'idea, bisogna concludere che essa è priva di significato. Di questo genere sono le idee astratte della metafisica, che rappresentazione costruzioni arbitrarie senza fondamento.

È su questa base che Hume procede a criticare tutte le idee metafisiche, le quali non sono riconducibili all'esperienza percettiva. La mente umana dipende sempre e necessariamente dalle sue impressioni.

Hume individua due facoltà, la memoria e l'immaginazione, in virtù delle quali possiamo conservare nella mente le impressioni e collegare tra loro le idee che ne derivano. La funzione principale della memoria consiste nel conservare l'ordine e la posizione delle idee semplici; quella dell'immaginazione è di stabilire delle relazioni tra le idee, operando con una certa libertà e quindi non rispettando l'ordine e la forma con cui le impressioni si presentano alla mente. Nonostante l'autonomia di cui gode la mente, ci rendiamo conto che le nostre idee si presentano perlopiù organizzate secondo schemi fissi: l'immaginazione non è totalmente libera, perché anche "nei sogni" e nelle "fantasticherie più sfrenate e vagabonde" essa procede seguendo il principio di associazione in analogia con la forza della gravitazione universale scoperta da Newton, Hume definisce "una dolce forza che comunemente si impone, ed è la causa, tra l'altro, per cui le lingue hanno tanta corrispondenza tra loro: la natura sembra indicare a ognuno le idee semplici più adatte a essere riunite in idee complesse". Il principio di associazione opera secondo tre criteri fondamentali: la somiglianza, la contiguità, la relazione di causa ed effetto. Grazie ad essi siamo portati ad associare le idee simili, le esperienze che in maniera costante e regolare si mostrano vincine nel tempo e nello spazio, e quelle che appaiono legate da un nesso di causalità.

Possiamo essere sicuri delle conoscenze che derivano dall'associazione delle idee grazie alla pura relazione tra idee, cioè che si ottengono derivando un'idea dall'altra, a priori, senza bisogno di ricorrere all'esperienza, e che sono dotate di necessità logica. Si tratta di relazioni che si riscontrano in genere nell'aritmetica, nella geometria e nell'algebra. Tutte le verità matematiche sono di questo tipo e sono certe, perché intuitive e interamente costruite dalla nostra mente in base al principio logico di non contraddizione. Quando ci imbattiamo in conoscenze che derivano dalla relazione tra dati di fatto che cioè presuppongono un raffronto con la realtà empirica, allora possiamo aspirare solo a un maggiore o minore grado di probabilità. Rispetto a questo tipo di relazione non possediamo la certezza della matematica, che ha in se stessa la sua validità, ma dobbiamo ricorrere alla verifica empirica.

L'idea di causa non si configura come una pura relazione tra idee, ma rimanda all'esperienza. Constatiamo che l'impressione "B" è contigua o successiva all'impressione "A": "B" si presenta sempre dopo "A". La relazione di causa ed effetto è la tendenza della nostra immaginazione, coadiuvata dall'abitudine, a proiettare nel futuro ciò che si è presentato con regolarità nel passato. È in virtù di un arbitrario salto logico che siamo portati ad attribuire la nozione di "causa" a un dato fenomeno: osserviamo che due eventi si verifichino uno dopo l'altro con regolarità e, operando un'indebita inferenza, generalizziamo dicendo che A è causa di B, come se in A ci fosse una proprietà capace di produrre sempre e necessariamente l'effetto B. Noi commettiamo l'errore di trasformare il post hoc ("dopo questo") in propter hoc ("a causa di questo").

Con l'indagine sulla causalità Hume arriva a stabilire il seguente principio: l'esperienza non può garantire che due fenomeni che si presentano oggi connessi tra loro lo saranno anche nel futuro; allo stesso modo, essa non può offrire garanzie sull'uniformità del corso della natura. È solo la forza dell'abitudine (inclinazione innata dell'uomo) che ci porta a ritenere che il mondo fisico sia retto da principi universali e che il suo comportamento generale sia regolare e costante. L'abitudine spiega il collegamento che noi stabiliamo tra gli eventi, ma non la loro connessione necessaria. Il sapere scientifico non ci può dire nulla sulle leggi fondamentali e immutabili dell'universo: può soltanto classificare le regolarità già osservate e fare previsioni probabili.  Dall'abitudine nasce la credenza: essa non è un atto dell'intelletto, ma un sentimento naturale, un istinto che ci spinge a dare il nostro assenso alle impressioni, dotate di maggiore forza e vivacità rispetto alle idee. nel nostro animo continueremo ad avere un'incrollabile fiducia nella costanza dei fenomeni attestati dall'esperienza e su questa continueremo a fondare il nostro agire pratico.

Riprendendo le argomentazioni di Locke, Hume distingue tra "sostanza materiale" e "sostanza spirituale". Per quanto riguarda le sostanze materiali, la nostra mente percepisce soltanto le impressioni di singole qualità delle cose. Poiché l'esperienza ci presenta sempre in connessione tali qualità, pensiamo per abitudine che esse appartengano a un'entità che identifichiamo come una "cosa", ossia una "sostanza". In realtà quest'ultima non è che il nome che siamo soliti attribuire a un determinato insieme di impressioni costantemente associate tra loro. 

Passando ad analizzare la sostanza spirituale (l'"io" o "anima"), Hume si chiede da che cosa nasca la tendenza a credere in tale "io". L'io non è altro che il frutto della nostra inclinazione a individuare un fondamento unitario delle percezioni contigue e ad attribuire a tale presunta entità un'ininterrotta e immutevole esistenza lungo il corso della vita. L'io è ciò che dà unità e ordine alle sensazioni. L'io non ha una consistenza propria e ne è la prova il fatto che, quando la morte annienta tutte le percezioni, di tale ipotetica entità non rimane nulla. La stessa inconsistenza si può cogliere in ciò che viene abitualmente definito "mente", descritta dal filosofo come un "teatro" in cui le percezioni appaiono e scompaiono come attori di una rappresentazione, ma che non ha alcuna realtà.

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