"Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuove e crescenti, quanto più sovente e a lungo si riflette sopra di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Kant, Critica della ragion pratica)
Nato nel 1724 a Königsberg, nella Prussia orientale, da una famiglia modesta, non uscì mai dai confini della sua città, dedicandosi prevalentemente allo studio e all'insegnamento universitario. Diversamente dalla maggior parte dei filosofi moderni, non viaggiò e non si fece coinvolgere in attività politiche o diplomatiche. Proverbiale è rimasta la sua puntualità. Si alzava ogni mattina alle cinque. Il suo domestico lo svegliava alle quattro e tre quarti e non usciva dalla camera se non dopo un quarto d'ora, il tempo che il suo signore impiegava per alzarsi. Si racconta che, a volte, il filosofo avesse voglia di prolungare il suo sonno, ma il servitore era irremovibile, avendo avuto l'ordine scritto dallo stesso Kant di non permettergli una più lunga permanenza a letto. La giornata proseguiva inflessibilmente con una successione regolare di attività: la frugale colazione, lo studio e le lezioni all'università; Kant insegnava no solo filosofia, ma anche la matematica e fisica, geografia e mineralogia, meccanica e diritto. Il pomeriggio, dopo un pranzo abbondante, s'intratteneva con gli amici, per poi andare a dormire alle dieci di sera in punto. Si tramanda che i cittadini di Königsberg regolassero i propri orologi sui suoi movimenti.
I biografi hanno cercato di dare una spiegazione di tale comportamento, osservando che probabilmente era da imputare all'educazione ricevuta in famiglia. La madre del filosofo, Anna Regina Reuter, esercitò una grande influenza sul figlio, era una convinta seguace del "pietismo" che invitava i suoi aderenti a praticare una vita pia, intransigente e rigorosa dal punto di vista morale.
Accanto all'immagine tradizionale di un Kant dedito agli studi e all'attività d'insegnamento, tipica della fase matura della sua esistenza, bisogna però ricordare che nella giovinezza il filosofo aveva attraversato un periodo più "mondano", frequentando il teatro e i salotti più prestigiosi della città, intrattenendo amabilmente signore e contesse dell'alta nobiltà locale e giungendo anche a nutrire in cuor suo un progetto matrimoniale (mai concretizzato), a dispetto della gracile e non prestante figura fisica (era basso e con una lieve gobba).
L'opera fondamentale di Kant è la Critica della ragion pura; a essa seguono la Critica alla ragion pratica e la Critica del giudizio. Kant si forma sui testi dei razionalisti e degli empiristi.
Il problema della conoscenza nella Critica della ragion pura
La riflessione kantiana muove dalla constatazione che la metafisica, a differenza della scienza, è un "campo di lotta", in cui i pensatori si contrappongono l'uno all'altro senza riuscire a trovare soluzioni condivise, perché la filosofia non dispone di un criterio per distinguere inequivocabilmente il vero dal falso, l'apparenza della realtà.
Kant procede ad analizzare i fondamenti e i principi della matematica e della fisica, ossia del sapere scientifico certo e sicuro, partendo dai suoi elementi di base: i giudizi. Le proposizioni della scienza sono dette "giudizi" perché costituite da un soggetto e un predicato. Kant afferma che ci sono due tipi di giudizi: i giudizi analitici e i giudizi sintetici. I giudizi analitici sono quelli in cui il predicato è già contenuto nel soggetto. Si tratta di giudizi rigorosi, ma a priori, nel senso che il loro contenuto non deriva dall'esperienza; essi sono dotati dei caratteri della necessità e universalità, ma sono privi di "novità", perché il predicato non aggiunge nulla di nuovo al concetto implicato nel soggetto. I giudizi sintetici sono quelli in cui il predicato offre un contenuto informativo nuovo. Nei giudizi sintetici abbiamo un'estensione della conoscenza, ma non la garanzia della sua necessità e universalità, poiché si tratta di giudizi che dipendono interamente dall'esperienza: essi sono a posteriori.
Kant si dichiara insoddisfatto sia dei giudizi analitici a priori, tipici del pensiero razionalista, che pretendeva di dedurre tutto il sapere dalle idee innate (cioè da principi a priori), sia dei giudizi sintetici a posteriori, tipici dell'empirismo, che si fondava unicamente sull'esperienza: i primi, pur essendo universali e necessari, non consentono di progredire nella conoscenza e sono pertanto "infecondi"; i secondi, benché apportino nuove informazioni e siano dunque "fecondi", non garantiscono la necessità e universalità della conoscenza.
Il filosofo osserva che esiste un terzo tipo di giudizi, che definisce "sintetici a priori". Si tratta dei giudizi di cui si serve la scienza newtoniana, in cui il rigore matematico (necessità e universalità) si coniuga con l'incremento della conoscenza derivante dall'esperienza (novità).
Kant sostiene che è la realtà che, nell'atto conoscitivo, si deve adeguare alle facoltà umane attraverso cui è percepita e ordinata. Consapevole della sua prospettiva innovativa, Kant afferma di aver operato in filosofia una rivoluzione analoga a quella che Copernico aveva effettuato nell'ambito dell'astronomia. La rivoluzione copernicana prospettata da Kant consiste nell'ammettere che possiamo conoscere con certezza le cose solo in quanto esse si presentano a un soggetto che non è mero ricettore, ma attivo organizzatore dell'esperienza: il soggetto e le sue facoltà intellettive influiscono sul modo in cui gli oggetto vengono compresi e concorrono attivamente alla costituzione dell'esperienza conoscitiva.
Kant definisce trascendentale l'interrogativo su come siano possibili i giudizi sintetici a priori o su come sia possibile la conoscenza scientifica. Il significato di trascendentale è "chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupi, in generale, non tanto di oggetti, quanto del nostro modo di conoscere gli oggetti nella misura in cui presto dev'essere possibile a priori". Il trascendentale indica l'ambito dei presupposti gnoseologici che rendono possibile la conoscenza e la costituzione del mondo fenomenico, cioè del mondo così come appare, si organizza e si struttura in relazione all'uomo.
Il criticismo di Kant non tende ad ampliare il sapere scientifico, né è interessato a studiare gli oggetti delle scienze o della matematica, ma mira a conseguire quella che possiamo chiamare una conoscenza di "secondo livello": apprendere quali sono i presupposti teorici del sapere scientifico e quindi procere a una sua legittimazione "trascendentale".
Nell'Estetica trascendentale Kant analizza la sensibilità e le sue forme a priori. La sensibilità ha una duplice fisionomia: è "passiva", in quanto riceve dall'esperienza esterna i dati percettivi, ma è anche "attive", in quanto organizza il materiale che riceve dall'esterno attraverso due forme a priori: lo spazio e il tempo.
Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori che sta a fondamento di tutte le intuizioni degli oggetti esterni, ed è pertanto definito "la forma del senso esterno"; è grazie a tale rappresentazione che le cose risultano collocate le une accanto alle altre. Mentre lo spazio è la forma del senso esterno, perché serve a farci conoscere gli oggetti fuori di noi, il tempo è "la forma del senso interno", ossia la rappresentazione innata in noi, a priori, che costituisce il fondamento dei nostri stati interiori e in virtù della quale noi li percepiamo sempre uno dopo l'altro, in una successione regolare di passato, presente e futuro. Sul piano della considerazione trascendentale il tempo è più importante dello spazio: dato che tutte le rappresentazioni in ultima analisi ci giungono attraverso il senso interno. Inoltre, sul tempo si fonda l'aritmetica, poiché soltanto in virtù di esso possiamo cogliere il concetto di numero, che altro non è se non l'intuizione della successione degli elementi.
Il problema della morale nella Critica della ragion pratica
Su quali basi fondare la morale? Kant risponde a questo interrogativo nella Critica della ragion pratica e nella Fondazione della metafisica dei costumi. La soluzione kantiana è che esse risiedono nella ragione: la legge morale è inscritta in noi come un "fatto della ragione". Nella ragione esiste una regola morale che guida le nostre azioni, imponendosi in modo incondizionato e universale, cioè in modo indipendente dalle circostanze particolari e dai bisogni istintuali. Tale legge ha la forma del "comando", in quanto deve imporre i propri imperativi contrastando la sensibilità e gli impulsi egoistici che sussistono nell'uomo accanto alla razionalità. L'uomo per Kant è caratterizzato dalla tensione tra istinto e ragione.
Nell'ambito dell'etica, Kant parla di "ragione" distinguendone l'uso "pratico" da quello "teorico". In tutti e due i casi il termine "ragione" indica la facoltà di superare (trascendere) l'ambito dei sensi. Mentre la ragione è dal filosofo condannata quando, nell'uso teorico, si distacca dall'esperienza per inseguire la illusioni metafisiche; nell'uso pratico viene esaltata proprio perché indipendente rispetto all'esperienza. La ragion pratica coincide con la volontà, intesa come facoltà di agire sulla base di principi normativi, cioè di regole razionali che ne disciplinano e orientano le scelte. Kant riconosce che ci sono due tipi di principi della ragion pratica: le massime e gli imperativi. Le prime sono prescrizioni di carattere soggettivo, cioè valide per l'individuo particolare che le segue, mentre i secondi sono prescrizioni oggettive, che cioè devono valere per tutti. Gli imperativi sono distinti in ipotetici e categorici. L'imperativo ipotetico ha la forma del "se...allora..." e prescrive un'azione in vista del raggiungimento di un fine determinato, che non necessariamente è condiviso da tutti. Tale imperativo mancando dell'universalità non può essere posto a fondamento della morale. L'imperativo categorico è incondizionato, ossia comanda un'azione a prescindere dal fine o dagli effetti che ne possono conseguire. Esso esprime la legge del "dovere per il dovere", ovvero "tu devi!".
È su questo che si fonda la moralità, che per Kant deve essere libera e autonoma rispetto alle situazioni dell'esperienza e incondizionata e universale (deve valere per tutti e sempre).
Nell'altra opera dedicata all'etica, la Fondazione della metafisica dei costumi, Kant ribadisce questo concetto in modo ancora più esplicito, dicendo che fare qualcosa "secondo" il dovere, ma non "per" dovere non ha alcun significato morale.
Kant ritiene che si sbagliato associare l'etica alla ricerca della felicità. La virtù consiste nell'obbedire alla legge morale che impone il "tu devi", indipendentemente da qualsiasi fine o motivazione esteriore.
L'etica kantiana è un'"etica del dovere", un'etica deontologica (in greco to déon significa "il dovere").
La prima e fondamentale formulazione, che il filosofo fornisce nell'imperativo categorico nella Fondazione della metafisica dei costumi, indica che la massima di un'azione (cioè la regola che guida un determinato comportamento) può valere come principio morale solo se è universalizzabile, se cioè può essere estesa a ogni uomo.
La seconda formulazione sancisce l'appartenenza dell'uomo al cosiddetto "regni dei fini", una comunità ideale di persone libere, che rispettano ciascuna la dignità dell'altra. L'uomo non può mai essere trattato come mezzo per il nostro egoismo o i nostri desideri; ciò vale non solo per il prossimo, ma anche nei confronti di noi stessi.
La terza e ultima formulazione prescrive come la volontà, quando agisce in nome della legge morale, non sia soggetta a un imperativo esterno a sé che la rende schiava: nel momento in cui si conforma all'imperativo etico, essa si sottomette a un comando che deriva dalla sua stessa natura razionale e obbedienza soltanto a se stessa. Nel regno dei fini la volontà è "autolegislatrice" e quindi l'uomo è, insieme, suddito e legislatore.
La moralità eleva al di sopra del sensibile. Non basta che un'azione venga compiuta nel rispetto della legge, ma è indispensabile che sia supportata dalla cosiddetta "volontà buona", che coincide con l'adesione consapevole e convinta della volontà alla legge morale.
Per Kant neppure Dio può essere assunto come fondamento dell'etica: chi agisce in vista del premio eterno o per paura della punizione divina non agirebbe moralmente. La morale conduce la religione. Kant ritiene che sia la religione a essere fondata sulla morale, in quanto le sue dottrine fondamentali (quella dell'immortalità dell'anime e dell'esistenza di Dio) non sono altro che postulati della ragion pratica. Con il termine "postulato", desunto dal linguaggio della matematica, Kant denomina quelle proposizioni che, pur non essendo dimostrabili, devono essere ammesse come condizione della stessa esistenza e pensabilità della morale.
Per Kant, la soluzione al problema appena esposto risiede nel postulare un Dio che garantisca una felicità proporzionata alla virtù e un aldilà in cui sia possibile la realizzazione di quel sommo bene che sembra inattuabile. La morale postula come sua esigenza fondamentale l'esistenza di Dio, il quale, essendo "onnisciente"(non si inganna mai sui meriti delle persone buone) e "onnipotente"(è perfettamente in grado di far corrispondere la felicità al gradi di vita virtuosa realizzata), saprà assicurare la felicità in proporzione ai meriti.
Se in me è inscritto l'imperativo categorico del "dovere", è necessario anche che io "possa" realizzare ciò che esso ordina: "tu devi", dunque "tu puoi". Il postulato della libertà rappresenta la condizione stessa dell'etica: il fatto che la legge morale sia espressa come un comando indica che l'uomo è libero di sottomettersi o meno alle sue prescrizioni e di realizzarle.
Il problema estetico nella Critico del giudizio
Nella Critica del giudizio analizza la facoltà del "sentimento", attraverso cui l'uomo fa esperienza della finalità insita nel reale e che il filosofo considera intermedia tra l'intelletto e la ragione. Il termine "giudizio" allude proprio a questa autonoma facoltà, che diventa oggetto di un'indagine critica analoga a quella a cui erano state sottoposte la ragion pura e la ragion pratica: un'analisi volta a coglierne le strutture universali e necessarie. La prima importante prescrizione effettuata da Kant è la distinzione dei giudizi dell'intelletto da quelli del sentimento: i primi sono giudizi determinati, i quali, unificando il molteplice attraverso le categorie dell'intelletto, "determinano" l'oggetto fenomenico; i secondi sono giudizi riflettenti, che cioè si limitano a "riflettere" sull'oggetto già costituito, interpretando in base al principio della finalità. I giudizi riflettenti possono essere di due tipi: da un lato ci sono i giudizi estetici, che riguardano il rapporto tra il soggetto e la rappresentazione dell'oggetto e ne valutano l'accordo; dall'altro i giudizi teleologici, che colgono l'ordine finalistico interno agli oggetti stessi.
La prima parte della Critica del giudizio è dedicata all'analisi del giudizio estetico, termine che in questo contesto torna ad assumere il significato più comune di "relativo all'arte e alla bellezza", e si occupa di due importanti concetti: il bello e il sublime.
Il giudizio estetico è "contemplativo", perché i giudizi riflettenti si limitano a riflettere sugli oggetti, a cui il sentimento si rivolge senza altro scopo che quello di valutare se essi suscitano o meno un particolare gradimento. Esso è assolutamente disinteressato: non riguarda l'oggetto in sé (la sua esistenza e il suo possesso), bensì la rappresentazione di esso e il sentimento che suscita.
Gli uomini possono condividere l'apprezzamento, pur non ricorrendo ad alcun ragionamento, cioè non facendo riferimento ad alcuna specifica conoscenza: la bellezza, secondo il filosofo, è qualcosa che ciascuno può intuire in modo immediato, anche se non riesce a spiegarla "intellettualmente".
Il filosofo distingue l'ambito del piacere estetico da quello del piacevole. Quest'ultimo è definito come "ciò che piace ai sensi nella sensazione" e che dà origine a giudizi estetici "empirici", i quali sono soggettivi e relativi in quanto dipendono dalle inclinazioni e dai gusti personali. Quando parliamo del piacere estetico alludiamo a un sentimento che deriva dall'immagine e dalla forma dell'oggetto e che sollecita giudizi estetici "puri", i quali hanno la pretesa dell'universalità perché sono privi di condizionamenti.
Kant introduce un'ulteriore distinzione tra "bellezza libera", cioè colta senza l'utilizzo di un concetto e senza pensare ad alcuno scopo o perfezione a cui l'oggetto dovrebbe corrispondere, e "bellezza aderente", al quale comporta il riferimento ("l'adesione") a un determinato archetipo di perfezione che condiziona la valutazione della cosa. In quest'ultimo caso il giudizio non è puro, perché "complicato" da considerazioni intellettuali o pratiche, che possono variare a seconda delle epoche o delle civiltà. Il carattere dell'universalità può essere rivendicato soltanto dai giudizi estetici puri: essi derivano dalla mera contemplazione della forma dell'oggetto e dal piacere disinteressato che essa suscita.
Per Kant la pretesa di universalità, seppure di "universalità soggettiva", dei giudizi di gusto è fondata sulla comune struttura mentale degli uomini, cioè sulle condizioni a priori di tali giudizi: in tutti i soggetti esiste un "senso comune" che permette di cogliere l'accordo sussistente tra l'immagine della cosa e le nostre esigenze di unità e finalità. Il giudizio estetico è un giudizio di relazione, in cui è il soggetto che, cogliendo l'accordo con l'oggetto, gli conferisce l'attribuzione della "bellezza".
Il giudizio estetico, oltre al bello, ha per oggetto il sublime: esso consiste in un sentimento dell'illimitato che provoca una sorta di "piacevole orrore" di fronte a uno spettacolo grandioso o sconvolgente della natura, che affascina e inquieta al tempo stesso.

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