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Cartesio

"M'era d'uopo prendere a disfarmi di tutte le opinioni ricevute, per cominciare tutto di nuovo dalle fondamenta, se volevo stabilire qualche cosa di fermo e di durevole nelle scienze." (Cartesio, Meditazioni metafisiche)

 Il film Cartesio (1974), diretto da Roberto Rossellini, è un’opera biografica incentrata sulla vita e sul pensiero del filosofo francese René Descartes (Cartesio). 

Nel film si ripercorre la vita e il pensiero del filosofo René Descartes. Nei primi decenni del Seicento in Francia, Cartesio sviluppa la geometria analitica, superando le teorie degli antichi greci come Aristotele ed Euclide, ritenute ormai inadatte al progresso scientifico. Ostacolato dalla Controriforma cattolica, come accadde anche a Galileo Galilei, Cartesio si scontra con l’autorità ecclesiastica e trova rifugio in Francia, dove le sue idee rivoluzionarie trovano maggiore tolleranza.

Egli unisce matematica, geometria e religione, arrivando a concetti fondamentali come la distinzione tra res extensa (si occupa di tutto ciò che ha una fine e che è imperfetto e misurabile) e res cogitans (include ciò che è impalpabile, incomparabile e infinito, come l’anima e Dio). Nel Discorso sul metodo, Cartesio delinea un approccio fondato sul dubbio sistematico e sulla certezza del “Cogito, ergo sum”, affermando che il pensiero è la prova dell’esistenza. Mediante il dubbio e lo scetticismo, Cartesio è consapevole di avere una sola certezza: quella di pensare. Nel momento in cui egli pensa, significa che sta facendo qualcosa.

Cartesio è da molti considerato il "padre della filosofia moderna" per aver messo radicalmente in discussione il sapere tradizionale e aver spostato il fulcro della ricerca filosofica sul soggetto e sulla sua razionalità. Egli inizia il proprio percorso di ricerca accogliendo la sfida dello scetticismo e mettendo in dubbio l'intero sistema delle conoscenze. La sua insoddisfazione nasce in particolare dall'assenza di un metodo capace di guidare il cammino della conoscenza e di confrontarsi con le conquiste della scienza e della matematica. A differenza dello scetticismo il suo "dubbio" non è fine a se stesso, ma rappresenta un mezzo per sgombrare il terreno dalle opinioni false accumulatesi nei secoli e raggiungere poche verità su cui fondare il nuovo edificio del sapere.

Cartesio , nome italianizzato di René Descartes, nasce nel 1596 a La Haye nella regione francese della Touraine. Dopo gli studi nel collegio di La Flèche nel 1616 si laurea a Poitiers in diritto canonico e civile e nel 1618 si arruola volontario in uno dei due eserciti francesi stanziati a Breda. Tra il 1620 e il 1625 intraprende una serie di viaggi, visitando anche l'Italia, per poi stabilirsi a Parigi dal 1625 al 1628. Dal 1629 si trasferisce in Olanda, dove vive per un lungo tempo dedicandosi ai suoi studi. Nel 1649m su invito della regina Cristina, Cartesio di stabilisce in Svezia, a Stoccolma, dove muore di polmonite nel febbraio del 1650.

Il dubbio "iperbolico" dalle Meditazioni metafisiche

Cartesio suppone che tutte le cose sensibili siano false: i corpi, l'estensione, le figure, il movimento... Egli dubita perfino della propria esistenza, del fatto di essere seduto accanto al fuoco, vestito con la veste da camera, con in mano il foglio di carta su cui sta scrivendo. Tutto ciò potrebbe infatti avvenire in sogno, in quanto non è possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno.
L'autore fa notare che, analogamente ai pittori i quali rappresentano talora soggetti fantastici ma ispirandosi al mondo reale, quando sogniamo di qualcosa di vero. In altre parole, bisogna presupporre alcuni elementi generali essenziali, come i colori di cui gli artisti si servono, alla base dell'elaborazione dei nostri pensieri. Essi sono l'estensione dei corpi, la loro figura, la loro quantità e grandezza, il tempo e il luogo in cui si trovano. Tali aspetti, che contengono qualcosa di "certo e d'indubitabile", sono quelli di cui si occupano le scienze matematiche, le sole che paiono possedere un alto grado di attendibilità, sottraendosi al dubbio.
Il filosofo mette in discussione anche le conoscenze che ha appena riconosciuto come le più certe. Egli, infatti, ipotizza che esista un genio maligno, il quale avrebbe escogitato un espediente per illudere le persone riguardo non solo le cose esterne, ma anche a se stesse, e a tutte quelle qualità che si percepiscono chiaramente e distintamente. La "Prima Meditazione" si chiude con questa decisione di mettere in dubbio ogni aspetto della realtà: il dubbio metodico è così diventato "iperbolico".

Il cogito quale unica certezza indubitabile dalle Meditazioni metafisiche

La scelta di mettere in dubbio l'intera realtà ha minato alle radici le certezze abituali su cui il filosofo contava, determinando in lui una profonda insicurezza, paragonata a "un'acqua profondissima" di cui non si vede il fondo e in cui è difficile persino rimanere a galla. Tuttavia, Cartesio è deciso ad andare avanti e riconfermare il dubbio iperbolico che riguarda ogni aspetto dell'universo: ne sono investiti i contenuti della memoria e l'esistenza del soggetto, fino agli elementi più oggettivi della realtà, che egli riduce a "funzioni dello spirito", cioè proiezioni del pensiero. 
La domanda fondamentale che l'autore si pone è la seguente: esiste qualcosa in grado di resistere al dubbio? Esiste, cioè, una verità certa e incontestabile? Tale interrogativo, sottolinea Cartesio, è proprio dell'uomo; fornire una soluzione è una sua esigenza primaria. Continuando nel ragionamento, egli rivela che, se anche mettiamo in dubbio il corpo e quello che percepiscono i sensi, il mondo e tutto ciò che contiene, tuttavia rimane integra la consapevolezza che il soggetto ha di esistere come essere che ha messo in dubbio ogni cosa, cioè che ha esercitato il pensiero; tale consapevolezza non è minacciata neanche dall'ipotesi del genio maligno.

Le idee e la loro causa

Il soggetto, oltre che della propria esistenza come essere pensante, è certo anche delle proprie idee, che sono l'oggetto immediato del pensiero stesso, vale a dire le rappresentazioni che il soggetto ha nell'atto del pensare. A differenza di quelle platoniche, che avevano una realtà autonoma e indipendente dal soggetto nell'iperuranio, le idee per Cartesio ineriscono alla mente. Il filosofo distingue tre categorie:
a) le idee avventizie, che ci provengono dall'esterno (come le idee degli altri uomini e delle cose naturali); 
b) le idee fattizie, costruite da noi stessi (come le idee chimeriche e fantastiche, ad esempio quelle del cavallo alato o delle sirene);
c) le idee innate, che non possono derivare dall'esterno o da una mia creazione, ma che sembrano "nate con me" (come le idee matematiche).

L'unico modo per scoprire se alle idee che possediamo nella mente corrisponde effettivamente una realtà esterna è interrogarsi sulle loro cause. Il principio che guida il ragionamento del filosofo è che la causa di un'idea non può contenere minore perfezione e realtà dell'idea che produce; in altre parole, ogni idea deve necessariamente avere una causa che sia a essa proporzionata.

Il problema di Dio e della sua esistenza

La sola presenza nell'uomo dell'idea di essere un essere infinito e perfetto dimostra l'esistenza di Dio come sua causa. La dimostrazione appena esposta è soprannominata dai critici l'argomento del "marchio di fabbricazione", poiché allude al fatto che sia Dio a imprimere nella nostra mente l'idea della sua esistenza, come l'artigiano che firma la sua opera con il proprio sigillo.

Cartesio fornisce un secondo argomento a favore dell'esistenza di Dio: se fosse l'uomo la causa di se stesso, si sarebbe dato tutte quelle perfezioni di cui ha l'idea, ma che non possiede effettivamente; pertanto, bisogna riconoscere che Dio esiste e che ha creato l'uomo finito, ponendo però in lui l'idea dell'infinito e della perfezione.

Il filosofo presenta un terzo argomento dell'esistenza di Dio; si tratta della prova ontologica. Dio deve esistere necessariamente, perché non possiamo pensarlo senza includere, nell'idea che abbiamo della sua natura o essenza, l'esistenza. L'assoluta perfezione implica l'esistenza: infatti, se ipotizziamo un essere perfetto e ci sforziamo di enunciarne le perfezioni, ad esempio l'onniscienza, l'onnipotenza, la bontà, non possiamo fare a meno di aggiungere anche l'esistenza.

Dall'esistenza di Dio alla verità del mondo

All'inizio della "Quarta Meditazione" il filosofo afferma che, grazie alla certezza dell'esistenza di Dio, può "scoprire un cammino che ci condurrà da questa contemplazione del vero Dio alla conoscenza delle altre cose dell'universo".

Il primo passaggio dell'argomentazione consiste nel riconoscere che, se Dio è l'essere perfetto, non può che essere anche buono e non può ingannare gli uomini, altrimenti sarebbe malvagio e quindi sommamente imperfetto.

Il secondo passaggio dell'argomentazione cartesiana è che il sapere che la ragione umana raggiunge in modo chiara e distintivo deve essere considerato assolutamente certo. Noi abbiamo ricevuto da Dio, nostro creatore, la facoltà di giudicare e distinguere il vero dal falso; tutto quello che la ragione ci presenta come vero in modo chiaro e distinto deve ritenersi tale, se non vogliamo ammettere l'assurda idea che Dio ci inganni.

Nel terzo passaggio della sua argomentazione Cartesio si pone un interrogativo: se io ricevo da Dio una facoltà intellettiva attendibile e se egli non mi inganna, allora l'errore non esiste? Il filosofo riconosce che l'esperienza attesta il verificarsi di un'infinità di errori e di falsità, ma afferma che questi, non potendo derivare da Dio, sono responsabilità unicamente degli uomini. L'errore non deriva dall'intelletto che Dio ci ha donato, ma dalla volontà che in noi è "molto ampia ed estesa", tanto da trarre in inganno, a volte, lo stesso intelletto, costringendolo a dare l'assenso a cose che non percepisce chiaramente e distintamente.

La conoscenza del mondo fisico

Dal momento che la facoltà conoscitiva dell'uomo ha ottenuto la sua garanzia dalla dimostrazione dell'esistenza di Dio, ciò che precedentemente era stato messo in dubbio può essere riconosciuto come attendibile; dunque, ora è possibile dare fiducia alla naturale inclinazione che ci spinge a credere all'esistenza di cose corporee da cui dipendono le idee avventizie; cose che possiedono il carattere chiaro ed evidente dell'estensione. Tale estensione (lunghezza, larghezza, profondità) può essere rappresentata in forme matematiche precise. Grazie al metodo della chiarezza e distinzione, Cartesio ha potuto dare un fondamento alla conoscenza del mondo fisico.

Cartesio spiega che quando affermiamo la verità del cogito non lo facciamo ricorrendo alla garanzia divina, ma alla sola consapevolezza che è impossibile pensare senza esistere. Dio non costituisce il primo criterio di verità, ma un criterio aggiuntivo (di carattere oggettivo) a quello dell'evidenza soggettiva del cogito. Dio gioca un ruolo fondamentale nell'elaborazione della scienza, perché è grazie alla sua esistenza che lo scienziato può essere certo di non sbagliare quando procede a identificare e a collegare le leggi naturali in un tessuto complesso di conoscenze. La scienza cartesiana trova in Dio (supremo garante della facoltà conoscitiva e razionale dell'uomo) la sua più alta fondazione, perché soltanto grazie all'essere perfetto che non inganna può mettere a tacere i propri dubbi e procedere con sicurezza sulla via della conoscenza.

L'estensione dei corpi e la conoscenza scientifica

Cartesio, per quanto reputi importante l'osservazione empirica, ritiene che la conoscenza scientifica si ottenga attraverso la ragione e non grazie ai sensi. In accordo con la fisica moderna, il filosofo pensa che il colore, l'odore, il sapore dei corpi siano proprietà "variabili" e "soggettive" e pertanto non passibili di considerazione scientifica. La scienza studia solo le qualità oggettive delle cose, ossia quelle che ineriscono stabilmente alla sostanza estesa, come la lunghezza, la larghezza e la profondità.

le caratteristiche della materia

Il mondo si presenta a Cartesio come materia, ossia come una grande "sostanza estesa" (rex extensa). Quest'ultima è uniforme e continua e riempie allo stesso modo lunghezza, larghezza e profondità dello spazio. Il filosofo nega la possibilità del vuoto e considera il mondo come un tutto pieno. La sostanza estesa è senza limiti o indefinita. I corpi, spostandosi a velocità differente e incontrando altri corpi, si frantumano in tante particelle, che sono sempre divisibili in parti più piccole, in un processo infinito.

I principi della fisica cartesiana

La prima legge è quella dell'inerzia, secondo cui ogni parte di materia conserva il proprio stato finché non è urtata da un'altra. La seconda è quella del moto rettilineo, secondo cui ogni parte di materia in movimento tende a muoversi in linea retta. La terza è la legge della conservazione della quantità complessiva del moto, secondo la quale la quantità di moto che un corpo trasmette a un altro urtandolo è uguale a quella che perde. Tali leggi garantiscono la stabilità e l'ordine del mondo. 

Tra i corpi non c'è altro rapporto se non quello del contatto vicendevole, con conseguente moto o spostamento di luogo. Cartesio esclude l'ipotesi dell'esistenza di altre forze, di attrazione o repulsione, in quanto non ammette l'azione di un corpo a distanza.

Un altro aspetto della modernità di Cartesio è rappresentato dalla sua critica al finalismo della natura. La "causa finale" rivestiva un ruolo molto importante nella fisica aristotelica, in quanto spiegava il motivo per cui qualcosa avviene. Nella scolastica medievale il finalismo della natura si venne a caricare di una connotazione religiosa, assumendo un significato antropocentrico, in virtù del quale Dio avrebbe creato e conformato tutte le cose (mondo fisico, piante e animali) in funzione del benessere dell'uomo. Cartesio rifiuta tale concezione, sostenendo in primo luogo che l'uomo non può conoscere i disegni di Dio e poi il mondo non è un giardino edificato per la felicità delle creature, come la Bibbia lo presenta, bensì il prodotto necessario delle leggi della materia e del moto, senza nessuna connessione con le esigenze dell'essere umano.

Il meccanicismo

Il "meccanicismo" indica quelle dottrine che considerano la natura come una macchina, un congegno organizzato. Queste dottrine concepiscono l'universo come una grande macchina in cui tutto è retto da una causalità deterministica, cioè da rapporti di causa-effetto regolati e immutabili. Cartesio afferma esplicitamente che l'universo fisico può essere paragonato a una grande macchina, governata dalle leggi dei corpi estesi e in movimento. 

La contrapposizione tra res cogitans e res extensa 

L’autore non ritiene soltanto che la sostanza pensante sia immateriale ma anche realmente distinto dal corpo e dotato di esistenza propria e indipendente. Con il pensiero coincide l’anima che per Cartesio è sinonimo di spirito e designa l’intero complesso delle attività intellettuali coscienti. Contrapposta alla res cogitans è la materia o estensione (rex extensa), di cui fa parte il corpo sia degli animali sia dell’uomo il quale rappresenta una realtà autonoma ed è dotato di una natura del tutto di si all’anima.
È da questa visione che consegue il celebre dualismo di Cartesio. Cartesio considera il puro pensiero del tutto indipendente dai processi fisiologici, perfino quelli del cervello, tanto da arrivare a dire che quando la macchina del corpo si danneggia o addirittura muore, l’anima non viene lesa ma abbandona il corpo per continuare a esistere da sola come esisteva prima della nascita. Essendo pensiero, l’anima, per definizione, non può essere concepita separatamente dall’attività del pensare. Il dualismo è la teoria della radicale diversità tra anima e corpo, espressione della separazione e distinzione tra pensiero (rex cogitans) e materia (rex extensa).Dal dualismo discende la dottrina del corpo come macchina, le cui attività sono effetto di leggi meccaniche che escludono l’intervento della coscienza. Per Cartesio i nervi sono come minuscoli canali nei quali scorrono gli spiriti vitali che dilatando i muscoli determinano il movimento.

L’analogia tra il corpo e la macchina

L’analogia tra la macchina e il corpo umano viene affermata in vari luoghi dell’opera cartesiana e trova la giustificazione del grande interesse degli uomini del Seicento per gli ordigni meccanici un interesse non soltanto scientifico ma dettato anche dalla stupida curiosità verso le invenzioni tecniche più avanzate dell’epoca. Nel discorso sul metodo Cartesio, dopo aver fornito una descrizione dettagliata della fisiologia del corpo umano definisce automatici i movimenti che il nostro corpo può compiere senza l’intervento della volontà.
L’analogia corpo macchina trova però la sua più completa applicazione nel mondo animale. A differenza dell’uomo che essendo dotato di pensiero, ha un comportamento non completamente riducibile a quello della macchina le bestie costituiscono per Cartesio, l’esempio tipico di esseri viventi automatici (“bestia-macchina”). Un discriminante fondamentale è rappresentata dal linguaggio con cui uomini esprimono il proprio pensiero in modo chiaro e preciso.
Il dualismo costituisce un vero nodo problematico per il sistema cartesiano, oltre a urtare contro il senso comune che sperimenta tutti i giorni come un’idea o un pensiero possano suscitare la reazione del corpo e viceversa come un deficit o una malattia del fisico possono nuocere a un corretto processo di ideazione e apprendimento. Cartesio si rese conto della difficoltà a cui la sua concezione si esponeva e ammise che doveva esserci necessariamente una relazione tra corpo e anima. Egli cercò di determinare il luogo in cui l’anima o mente interagisce con il corpo individuando all’interno del cervello più in particolare nella cosiddetta ghiandola pineale. L’unica componente del cervello non divisa in due parti simmetriche e pertanto in grado di unificare le sensazioni provenienti dagli organi di senso. 
Il problema del dualismo tra corpo e anima condiziona anche la concezione delle passioni umane, un tema che si sviluppa nello scritto “le passioni dell’anima”. In esso il filosofo cerca appunto di superare il dualismo esprimendo una visione unitaria dell’uomo. Egli distingue due tipi di funzioni umane:1) le azioni che dipendono dalla volontà e quindi sono frutto dell’agire libero2) le passioni - percezioni, sentimenti ed emozioni - che sono affezioni involontarie causate dall’anima dalle forze meccaniche del corpo.Secondo la sua ipotesi, le impressioni e le sensazioni non sono altro che movimenti impressi dalle cose esterne ai nervi e trasmessi attraverso le vibrazioni dei nervi stessi alla ghiandola pineale. Tale impulso meccanico determina la fuoriuscita dalla ghiandola di alcuni spiriti sottili gli spiriti vitali di natura corporea che a loro volta fluendo nei condotti nervosi, mettono in moto le varie parti del corpo indipendentemente dall’intervento della volontà.Per Cartesio, le passioni non sono di per sé negative, in quanto dispongono l’anima a preservare il corpo dal pericolo.L’anima è sede di una lotta continua tra le passioni e la ragione, un conflitto descritto dall’autore in termini meccanicistici. La saggezza di sede proprio nel dominio della volontà sulle passioni ed è grazie ad essa che l’uomo si svincolata dalla soggezione del corpo per affermare il proprio libero arbitrio e la propria autonomia. Per ottenere questo risultato egli deve educarsi a controllare le reazioni scatenate dalle emozioni spesso contro la propria volontà e deve imparare a distinguere ciò che nella sua mente è determinato dagli impulsi degli spiriti vitali rispetto a ciò che invece è frutto di una visione razionale delle cose. Solo così diventa possibile discernere il bene dal male i comportamenti adeguati da quelli deplorevoli.

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