"Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest'uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che anche tu offra il tuo diritto a lui, e autorizzi tutte le sue azioni allo stesso modo." (Hobbes, Leviatano)
Hobbes è vissuto in uno dei periodi più instabili e sanguinosi della storia inglese, è sostenitore convinto dell'assolutismo regio (la concezione secondo cui al re, per diritto divino, spetta il potere assoluto.
Hobbes compie in prima persona l'esperienza dell'individualismo e dell'aggressività di cui è capace l'animo umano, e li descrive nelle sue opere, in cui dichiara inoltre di essere "fratello gemello della paura". Sua madre lo partorisce prematuramente a causa dello spavento provato alla notizia dell'arrivo in Inghilterra, nel 1588, dell'Invincibile Armata. Quest'ultima era la flotta militare della Spagna di Filippo II e fu mandata per contrastare la crescente potenza marittima inglese e per porre fine al conflitto che veniva combattuto da due anni con atti di pirateria da entrambe le parti.
Il suo progetto politico nasce da una visione pessimistica dell'essere umano, il quale viene giudicato egoista, avido e violento, secondo il motto del poeta latino Plauto homo homini lupus ("ogni uomo è un lupo per l'altro uomo"). Questa concezione negativa della natura umana porta Hobbes a descrivere l'uomo come un essere alla mercé del proprio interesse personale, un sentimento che, in assenza di regole e di una forma superiore di controllo, gli impedisce di riconoscere limiti naturali al suo agire, se non la forza e la prepotenza dell'altro. Secondo il filosofo inglese, in un'ipotetica condizione di illimitata libertà individuale tutti gli uomini sarebbero uguali. La lettura dei diari dei navigatori ed esploratori provenienti dall'America, che descrivevano in quelle terre la presenza di una dimensione selvaggia e primitiva, doveva apparire a Hobbes come la conferma di una condizione originaria conflittuale della vita sociale.
Il filosofo mira a elaborare una dottrina politica sulla cui base organizzare una comunità civile ordinata e pacifica, questo giustificava il trasferimento al sovrano di ogni potere individuale, in modo tale da avere garantite in cambio la pace e la tranquillità. Hobbes tende quindi a dimostrare come l'assolutismo politico sia una necessità logica e razionale.
L'uomo come essere naturale e corporeo
Tutta la dottrina di Hobbes è incentrata sulla convinzione secondo cui gli individui sono animati dall'egoismo e mossi ad agire in vista del proprio interesse personale, in una condizione di perenne conflitto di tutti contro tutti. Tale concezione deriva dalla prospettiva materialistica con cui Hobbbes guarda l'uomo, considerandolo un essere interamente naturale e corporeo.
Il materialismo è la considerazione filosofica secondo cui tutto è materia e lo spirito non esiste perché sarebbe contraddittorio ammetterne l'idea, dal momento che solo i corpi possono agire o subire un'azione. Il materialismo di Hobbes viene definito più propriamente "corporeismo", in quanto l'autore ritiene che esistano e siano conoscibili soltanto i corpi.
Fin dalle prime pagine del Leviatano Hobbes precisa che ogni conoscenza deriva dai sensi. A sua volta la sensazione è spiegata in termini di movimento dei corpi. Essa nasce da un "moto" sollecitato dagli oggetti esterni negli organi di senso e, attraverso i nervi, nel cervello. A questo punto, l'apparato percettivo dell'uomo reagisce producendo le immagini degli oggetti, ossia la rappresentazione delle loro qualità. Tali immagini, permanendo nella memoria e collegandosi con altre immagini sensibili, seppure attenuate, danno origine a ciò che chiamiamo immaginazione, che in definitiva non è nulla di immateriale in quanto si limita a connettere le sensazioni.
L'attività dell'intelletto è come una macchina calcolatrice e opera sui segni linguistici, collegando tra loro i nomi attribuiti convenzionalmente alle immagini delle cose, per ottenere così un'affermazione e, raggruppando due o più affermazioni, produrre un sillogismo o una dimostrazione.
Scienza e linguaggio
La ragione può soltanto definire i concetti, compararli, sommarli, sottrarli, in una parola generalizzarli, e lo fa attraverso l'uso del linguaggio, che è la cosa più straordinaria e proficua invenzione dell'uomo, senza la quale non ci sarebbero la società e lo Stato, ma solo inciviltà e lotta. È grazie al linguaggio che possiamo pensare ed esprimere il nostro pensiero.
Il linguaggio svolge due importanti funzioni. Innanzitutto, serve a designare le cose, in modo tale che l'uomo possa sempre ricordarle e richiamarle alla memoria (funzione mnemonica). Im secondo luogo, serve a far comprendere agli altri le cose che pensiamo e le connessioni che abbiamo stabilito tra esse.
Le parole come segni
Hobbes presta così grande attenzione al tema del linguaggio: sono proprio le parole che consentono alla ragione umana, intesa come macchina calcolatrice, di operare quella generalizzazione necessaria alla costruzione dell'edificio della scienza e della conoscenza.
Lo stato di natura
La dottrina di Hobbes sostiene che l'uomo è un essere materiale (corporeo), dotato di una ragione intesa come facoltà calcolatrice e mossa da desideri egoistici. Contro la concezione aristotelica dell'uomo come "animale politico", Hobbes afferma che gli individui non possiedono un naturale istinto "socievole" o "amorevole" verso gli altri, essendo dominati da sentimenti quali il bisogno e il timore. Tali passioni caratterizzano per Hobbes lo "stato di natura", la condizione originaria antecedente la formazione della società, in cui regna la "guerra di tutti contro tutti". Ogni persona mira a procurarsi ciò che serve alla propria sopravvivenza e autoconservazione.
In tale contesto non esiste limitazione al diritto dell'individuo, in quanto ciascuno può possedere, usare e godere di tutte le cose che vuole e che sono a portata di mano, e è inevitabile la sopraffazione reciproca: ognuno è nemico dell'altro, avendo come unico pensiero ed esclusiva occupazione di prevenire le mosse e di offenderlo prima di essere offeso. Nello stato di natura non c'è spazio per dedicarsi al lavoro, alla scienza o alle arti. La vita dell'uomo in questo stadio è solitaria, misera, brutale e breve.
L'esperienza dell'ostilità e del conflitto
È innegabile che in ogni tempo i re e i governanti dei vari paesi si sono comportati come i gladiatori romani, con le armi puntate e gli occhi fissi l'uno sull'altro, cioè con le fortezze, i cannoni alle frontiere, il continuo servizio di spionaggio negli Stati vicini. La vita degli uomini è costellata di misure atte a difendersi da possibili attacchi o da offendere gli altri al momento opportuno. Tutto ciò è un chiaro segno di quella predisposizione alla guerra che caratterizza la natura umana.
L'ostilità, il conflitto, la violenza e la sopraffazione reciproca sono prerogative dello stato di natura. Tale condizione non costituisce una realtà effettiva e pienamente realizzata nella storia (il che avrebbe portato all'estinzione del genere umano), ma è un'ipotesi teorica razionale su ciò che potrebbe verosimilmente accadere nella società umana se non ci fosse una forma di potere superiore a regolamentare i rapporti tra gli individui. Lo stato di natura si rivela un'ipotesi "verificata", in alcune circostanze (come nelle società primitive, o durante le guerre civili), di fronte alle quali diventano evidenti i rischi a cui l'umanità è continuamente esposta e la necessità di istituire ordinamenti giuridici che possono aiutare a contenerli.
L'uscita dallo stato di natura e l'origine della società civile
Essendo lo stato di natura caratterizzato da un'ostilità che rischia di distruggere la stessa natura umana, colui che desidera continuare a vivere in una tale condizione si contraddice, perché vuole al tempo stresso la propria vita e la propria morte.
Secondo Hobbes, se gli uomini vogliono sopravvivere devono esitare la lotta indiscriminata di tutti contro tutti e porre dei freni al proprio diritto soggettivo e alla illimitata libertà di ciascuno; si tratta di un'esigenza prioritaria, dettata dalla ragione naturale. Nasce il bisogno do dare origine alla società civile, che è il frutto di un compromesso tra individui: per avere la pace ognuno deve rinunciare al diritto naturale e incondizionato che presiede alla soddisfazione dei propri desideri.
Per Hobbes, il "diritto naturale", che si denomina ius naturale, è la libertà che ciascun essere umano ha, nello stato di natura, di fare tutto ciò che vuole per difendersi e per soddisfare i propri bisogni.
Il patto di unione e il patto di sottomissione
Il pactum unionis, cioè un "patto di unione", è il contratto in virtù del quale gli individui decidono di aggregarsi in un corpo sociale unitario, ossia di abbandonare lo "stato di natura" ed entrare in società. Tuttavia, ciò non è sufficiente, poiché la convergenza di molte volontà verso un solo scopo non basta per garantire una situazione sicura e stabile. È necessario far qualcosa di più perché gli uomini, una volta raggiunto un accordo per la pace e l'aiuto reciproco sotto la spinta del bene comune, siano poi costretti a non recedere da tale patto.
Il pactum subiectionis, cioè il "patto di sottomissione", è il contratto grazie alla quale gli uomini conferiscono tutto il proprio diritto e la propria forza a un singolo o ad un'assemblea, in grado di ridurre i diversi voleri a una sola volontà.
Il leviatano
Colui che rappresenta questa autorità è denominato "sovrano", in quanto individuo superiore a tutti; gli altri cittadini sono detti "sudditi" (letteralmente "sottoposti, sottomessi").
Hobbes spiega che si può raggiungere un tale ruolo "sovrano" in due modi: il primo prevede l'impiego della forza; il secondo prevede un accordo tra le persone, le quali si assoggettano volontariamente a un'autorità, al fine di garantire la propria sopravvivenza e autoconservazione. Quest'ultima modalità configura uno Stato politico o istituzionale, mentre la prima uno Stato per autorità, patriarcale o dispotico.
La monarchia come migliore forma di governo
La preferenza del filosofo è per la monarchia, per motivi di carattere pratico. In primo luogo, non c'è motivo di credere che il re agisca per il proprio interesse privato a scalpito di quello pubblico: nessuno re può trovare giovamento dalla povertà o dall'insicurezza dei sudditi. In secondo luogo, il re può prendere le sue decisioni in totale segretezza, mentre nei gruppi più numerosi (aristocrazia e democrazia) le "fughi di notizia" sono inevitabili, in tal modo le informazioni importanti possono raggiungere il popolo e provocare dissensi dannosi per il bene comune. Ma il motivo decisivo consiste nel fatto che, in altri regimi, il potere di imporre le leggi non è ascritto a un'unica autorità e si assiste a un continuo esplodere di conflitti che possono sfociare nella guerra civile; il monarca è unico e non può dissentirsi da se stesso spinto da invidia o interesse.
Anche nella monarchia ci posso essere degli inconvenienti: si possono verificare favoritismi; oppure la sovranità può essere conferita a un fanciullo o ad una persona che si rivola incapace di discernere il bene dal male, ma in questi casi si rimedia affidando il potere sovrano a un tutore che svolgerà temporaneamente le funzioni del sovrano legittimo.

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