"Supponiamo dunque che la mente sia quel che si chiama un foglio bianco, privo di goni carattere, senza alcuna idea. In che modo giungerà esso a ricevre delle idee? Rispondo con una sola parola: dall'esperienza." (Locke, Saggio sull'intelletto umano)
Locke e l'indagine critica delle facoltà conoscitive
Ragione ed esperienza
John Locke (1632-1704) è il padre dell'empirismo moderno. La sua opera Saggio sull'intelletto umano propone un'indagine critica delle facoltà conoscitive con l'obiettivo di stabilirne possibilità e soprattutto limiti. Nell'ottica di questo progetto, la ragione non viene più ritenuta assoluta e infallibile, come in Cartesio, ma viene ricondotta entro i confini dell'esperienza. Mentre Cartesio riteneva che la ragione fosse una facoltà conoscitiva illimitata e non condizionata dalla realtà, Locke, pur considerandola valida, la pone in stretta connessione con l'esperienza, da cui trae il materiale conoscitivo.
La critica all'innatismo
Il Saggio sull'intelletto umano, che si compone di quattro parti, dedica la prima alla critica delle idee innate. La teoria, secondo cui vi sono alcuni principi o idee impressi nella nostra mente, che l'anima riceve fin dal primo istante della sua esistenza, risale a Platone, ma era stata riproposta da Cartesio in età moderna ed era sostenuta da un gruppo di filosofi inglesi di Cambridge, di convinzioni napoleoniche. Essa veniva dimostrata in base alla constatazione della presenza di un certo numero di verità fondamentali in ogni uomo, indipendenti dalle condizioni esterne. Locke critica questa tesi sostenendo semplicemente che è falsa: i bambini e gli idioti (cioè coloro che sono affetti da un deficit mentale) non hanno la minima nozione di simili principi. Se poi consideriamo l'idea di Dio, che gli innatisti ritengono impressa dal creatore nell'uomo, ci accorgiamo non solo che essa varia da individuo a individuo in modo radicale, ma anche che molti popoli non la possiedono per nulla. Tra gli uomini non vi è consenso neppure sulle norme morali, ad esempio sull'idea di bene e male, di bello e brutto, di giusto e ingiusto, ecc. Questa disparità di vedute confutano l'innatismo, mostrando la falsità delle argomentazioni che lo sostengono e che ostacolano il progetto della conoscenza.
L'origine della conoscenza
Se non possiamo affidarci a nozioni possedute fin dalla nascita, da dove deriva la nostra conoscenza? Essa dipende interamente dall'esperienza. La mente di un neonato è come un foglio bianco, ossia è una facoltà priva di contenuti. Tutte le idee provengono dall'esperienza, anche quelle che appaiono più astratte e lontane dalla realtà quotidiana.
Le idee di sensazione provengono dagli oggetti esterni tramite i 5 sensi: vista, udito, tatto, olfatto e gusto. Attraverso i sensi possiamo "arredare" fin dall'infanzia quella stanza vuota che è la nostra mente.
Le idee di riflessione sono quelle che derivano dall'esperienza interna, la quale comprende gli stati d'animo e le passioni.
Sensazione e riflessione sono le uniche fonti della nostra conoscenza. Si capisce perché i bambini acquisiscano in modo graduale le loro cognizioni, le quali sono tanto più strutturate quanto più vive e varie sono le esperienze che essi fanno.
La classificazione delle idee
Dopo aver spiegato l'origine delle idee, Locke procede a distinguerle in due grandi classi: le idee semplici e le idee complesse. Le idee semplici derivano dalle esperienze elementari della sensazione o della riflessione e sono tali in quanto non possono essere scomposte in altre idee. Esse comprendono a loro volta le idee di qualità primarie, oggettive, e le idee di qualità secondarie, soggettive. Queste idee costituiscono i mattoni della nostra conoscenza, il punto di partenza del processo conoscitivo.
Una volta che la mente ha ricevuto passivamente le idee semplici, può immagazzinarle (grazie alla memoria), riprodurle e combinarle, in una parola elaborarle, formando così quelle che Locke definisce idee complesse. Il potere del nostro intelletto si limita unicamente alle operazioni sui materiali provenienti dai due mondi (interiore ed esteriore) di cui si costituisce la nostra esperienza. Ne consegue che l'intelletto non può creare nuove idee semplici, indipendenti dall'esperienza, né distruggere quelle che provengono da essa.
Il valore di verità delle idee
L'intelletto non conosce le cose in maniera diretta, ma solo tramite le idee. La conoscenza è vera se c'è conformità tra le idee e la realtà delle cose. Com'è possibile distinguere la realtà dai sogni e dalle visioni immaginarie? Secondo Locke, per quanto riguarda le idee semplici il problema non sussiste, in quanto rispetto a esse la mente è del tutto passiva, ricevendole dall'esperienza tramite i sensi esterni o il senso interno: le idee semplici non possono ingannarci.
Le idee complesse sono il frutto del "potere attivo" che la mente esercita sulle idee semplici. In quest caso l'errore è possibile, perché la mente può comporle in modo erroneo e senza verificare se i collegamenti che opera corrispondono a quelli realmente esistenti tra le cose. Tale è il caso delle idee fantastiche, come l'ippogrifo e l'unicorno.
Le idee di modi
Le idee di modi sono quelle idee complesse che non possiedono un'esistenza autonoma, ma devono esser riferite a una sostanza quali sue manifestazioni.
Le idee di sostanze
Locke considera le idee di alcune sostanze corporee molto comuni. Esse solo il risultato della somma delle idee semplici di sensazione derivanti dalle rispettive qualità di ciascuna delle due realtà percepite. Il medesimo ragionamento vale per le sostanze spirituali.
Le idee di relazione
Le idee di relazioni nascono dal confronto fi un'idea con un'altra. dello stesso genere è anche l'idea di causa ed effetto: ogni volta che c'è il primo si verifica anche il secondo. Un'importante idea di relazione è quella di identità (A=A), che esprime il rapporto esistente tra il mio volto e il suo riflesso nello specchio.
le due certezze dell'uomo
Il tema della probabilità
Il convenzionalismo linguistico
Il terzo libro del Saggio sull'intelletto umano è dedicato interamente al problema del linguaggio, proprio per la grande importanza che Locke attribuisce al fatto che lo strumento di espressione del pensiero sia il più "pulito" e trasparente possibile. Le parole stanno al posto delle idee, cioè associate per convezione alle idee allo scopo di rappresentarle e renderle manifeste agli altri (convenzionalismo linguistico).
Il linguaggio è mal utilizzato quando fallisce rispetto a uno di questi obiettivi. Avviene in primo luogo quando le persone non possiedono nella mente alcuna idea di cui le parole utilizzate possano essere il segno; in secondo luogo, quando applicano i nomi di una data lingua con un significato "privato", che intendono solo loro; in terzo luogo, quando li applicano in modo equivoco, riferendoli ora a un'idea, ora a un'altra.
Locke: la conoscenza dello Stato e l'affermazione della tolleranza
Il teorico del pensiero liberale
Il primo dei Due trattati sul governo civile ha carattere polemico, in quanto vuole confutare la tesi sostenuta dallo scrittore inglese Robert Filmer nella sua opera Il Patriarca, o il potere naturale dei re. In questo testo Filmer giustificava il potere assoluto del re, affermando che questo deriverebbe per diritto ereditario da Adamo, a cui Dio avrebbe conferito l'autorità su tutti i suoi discendenti e il dominio del mondo. Locke, usando l'arma della ragione critica, smonta tale pregiudizio e mostra l'assurdità dell'assimilazione dell'autorità politica a quella paterna.
Stato di natura e contratto sociale
Nel Secondo trattato si trova l'esposizione completa del pensiero politico dell'autore. Locke definisce lo stato di natura come quella ipotetica condizione originaria in cui si trovano gli uomini quando non sono ancora associati tra loro e disciplinati da una serie di norme positive. Anche Spinoza e Hobbes ne avevano discusso, descrivendola come una fase in cui gli individui vivono seguendo i propri istinti, senza vincoli di nessun genere e in balia di un'ostilità assoluta e reciproca. Locke, però, ha una visione positiva della natura umana e crede che i soggetti dello stato di natura non siano esseri asociali e amorali, ma individui illuminati dalla ragione. Essi possiedono una legge morale di carattere razionale, che deriva direttamente da Dio e prescrive il rispetto di tre diritti specifici, naturali e inalienabili: alla vita, alla libertà e alla proprietà. Lo stato di natura non è dunque una condizione di licenza senza fren, ma una dimensione in cui vige una norma razionale che assicura il criterio generale per una vita pacifica e armoniosa e che stabilisce fin dove può estendersi la libertà di ciascuno, in modo tale che non leda la libertà degli altri.
Locke ammette che in tale stato originario, non essendovi un potere superiore che imponga il rispetto della legalità, manca la garanzia del diritto: chiunque potrebbe prevaricare sugli altri mosso da egoismi personali. È a questo scopo che gli individui devono stipulare tra loro un contratto di natura sociale, concezione definita appunto contrattualismo. Esso comporta due accordi: un patto (pactum unionis) con cui le persone si riuniscono in una società civile; un altro patto (pacto subiectionis) con cui decidono di sottomettersi a un'autorità, che ha il compito di perseguire nel modo migliore gli obiettivi collettivi.
Dalla differente valutazione del patto di sottomissione discendono le diverse posizioni politiche di Hobbes (dispotismo o assolutismo) e di Locke (liberalismo). Se per Hobbes il contratto equivale alla totale sottomissione dei cittadini al sovrano, secondo Locke lo Stato nasce per tutelare i diritti naturali e inviolabili di ciascuno di essi e la sua autorità è vincolata al rispetto della legge.
L'unica prerogativa a cui il cittadino rinuncia entrando a far parte della società civile è quella di farsi giustizia da solo, perché il compito specifico dello Stato è la difesa dei diritti dei suoi membri. Se per Hobbes la giustizia si identifica con la volontà del sovrano, per Locke il governo trae la propria legittimazione dalla salvaguardia e dal rispetto dei diritti naturali dei singoli.
La proprietà privata
Locke riconosce anche dei limiti alla proprietà privata. Essendo gli uomini solidali in quanto figli di Dio, non devono appropriarsi delle cose smodatamente, perché così priverebbero gli altri di ciò che è necessario alla sopravvivenza. Tuttavia Locke rende inoperante tale limitazione in quanto aggiunge che il possesso di una maggiore quantità di beni è giustificato dall'uso della moneta, che può essere accumulata senza far torto a nessuno.
I principi fondamentali del liberalismo
Il principio di separazione dei poteri nasce dalla considerazione che occorre prevedere una serie di limiti al potere politico, che servano a moderarlo o a cui circoscriverlo. Nella riflessione lockiana il potere legislativo ha una superiorità rispetto a quello esecutivo. Il filosofo giustifica la distinzione dei due poteri ricorrendo a un'argomentazione basata sulla tesi della debolezza umana: se fossero le medesime persone a fare le leggi e a farle eseguire, probabilmente dispenderebbero se stesse dall'ubbidienza alle loro prescrizioni o le formulerebbero in base ai propri interessi privati.

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